Testi maestri

Come raccontare un pasto sontuoso

Lo impariamo da "I Buddenbrook" di Thomas Mann e da "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

La famiglia di ricchi commercianti di Lubecca che dà il titolo al più famoso romanzo di Thomas Mann è riunita a tavola. Ci sono tutti e anche un buon numero di ospiti, per un pranzo che si snoda lungo i primissimi capitoli. Serve a presentare i membri della famiglia, e al tempo stesso il suo status nella città anseatica, due obiettivi che Thomas Mann affida anche alla descrizione delle portate:


[…] di nuovo furono cambiati i piatti. E comparve un enorme prosciutto, rosso mattone, affumicato e bollito, con una salsa di scalogno bruna e acidula e con una tale quantità di legumi ogni piatto sarebbe bastato a saziarli tutti. Lebrecht Kroger si assunse l’incarico di scalcare. Alzando leggermente i gomiti, gli indici distesi sul dorso del coltello e della forchetta, tagliò i pezzi sugosi con molta circospezione. Venne servito anche il capolavoro di Elizabeth Buddenbrook, la terrina russa, un misto di frutta conservata sotto spirito e fortemente piccante.


[…] e venne in tavola, in due grandi coppe di cristallo, un budino speciale composto di strati di amaretti, di lamponi, di biscotti e di crema; all’altro capo della tavola, invece, si vide guizzare il fuoco, perché i ragazzi avevano ricevuto il dolce preferito, il plum-pudding alla fiamma.


Il secondo brano è tratto da ll Gattopardo, capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Chi non ricorda il film di Visconti con Alain Delon nella parte di Tancredi e Claudia Cardinale nella parte di Angelica? Lasciati i balli palermitani, anche questa famiglia è a tavola, in attesa del piatto principale: il pasticcio.


Buone creanze a parte, però, l’aspetto di quei monumentali pasticci era ben degno di evocare fremiti di ammirazione. L’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che ne emanava, non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroncini corti, cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio.

Tre microlezioni da portare a casa + -

Parti dal fuori per arrivare al dentro
Quando descrivi qualcosa di speciale — un prodotto, un luogo, un’esperienza — non svelarlo subito. Mostra prima l’ambiente, l’involucro, il contenitore, l’apparizione. Lascia che l’attesa lavori e crei aspettativa. Come un lento movimento della macchina da presa, perché anche la scrittura può essere “cinematografica”.

Descrivi nel dettaglio ogni cosa, fin nelle sfumature
Non “blu” ma “blu petrolio”. Non “sedia” ma “poltroncina Thonet primo novecento”. Non “profumo” ma “una sottile nota di legno di cedro”. Il dettaglio non appesantisce: mette a fuoco. Chi legge vede quello che vedi tu. E ne sente pure il profumo. Ricordatene, quando racconti il tuo ristorante sui social.

Scegli con precisione anche i verbi
La luce non “c’è”, “filtra”. Il silenzio non “è totale”, “cade”. L’idea non “viene”, “affiora”. I verbi giusti trasformano gli oggetti in protagonisti. E chi legge non assiste, partecipa.

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Se lavori nel settore dell’Hospitality può essere utile non solo saper raccontare un pasto o un piatto, ma anche un hotel, un ristorante, un bed&breakfast. Sfoglia queste mie due presentazioni:
Le parole portano lontano
Oltre l’alberghese: copywriting per hotel e ristoranti

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